Caro diario,

sono trascorsi due mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico eppure sembra ieri che varcavo la soglia della scuola per il primo giorno di lezione e mi domandavo: cosa ci sarà di nuovo e diverso quest’anno?

Se me lo chiedi, ancora oggi, non so proprio cosa rispondere poiché, entrando in classe, dopo i primi giorni di entusiasmo dei ragazzi, la stessa voglia di ricominciare si è via via affievolita lasciando il posto a quella solita routine – scandita dal solito suono della campanella –  che poco ha di diverso rispetto al fluire del tempo.

E dire che tutti i giornali, a titoli cubitali, avevano dato largo spazio alla scuola che cambia con interviste e servizi che mettevano in primo piano la riforma epocale che da tempo si stava aspettando.

Eppure, i nuovi libri, gli orari, le nuove indicazioni, tutto faceva presagire che qualcosa di diverso ci sarebbe stato, ed invece… tutto ora rischia di apparire statico, pacato quasi identico.

Chiedendo qua e là ai ragazzi notizie dei cambiamenti apportati, qualcuno parlava bisbigliando un qualcosa di sentito o letto in televisione, giornali o durante le conferenze per l’orientamento ed alla domanda in che modo avessero scelto il loro percorso di vita ho ravvisato nelle risposte tante motivazioni alle quali non so proprio dare una risposta.

“Motivare gli studenti a costruire il proprio progetto di vita e di lavoro”, così riporta uno dei documenti delle linee guida che ci parlano della riforma.

Certamente parole belle e ricche di significato, ma ohimé rischiano di rimanere tali se non accompagnate da un’azione sinergica scuola/famiglia tendente a farne capire il significato intrinseco di chi le ha pensate così.

E’ proprio per questo motivo che ora, a due mesi dall’inizio del nuovo anno,  ripensando a quando sono entrato in classe il primo giorno, mi sono venute in mente queste parole che mi hanno portato a riflettere sul ruolo che può e deve avere la scuola nella realtà in cui viviamo.

L’anno scolastico è ancora lungo e pieno di attività e cose da fare e spero che strada facendo ci sia quella consapevolezza che spinga noi docenti a voler guardare oltre la linea immaginaria dell’ultimo giorno di scuola a fronte di un progetto di vita e di lavoro che rischia di lasciare il posto solo a debiti, promozioni e non ammissioni alla classe successiva.

Concludo dicendoti caro diario che ho percepito, e vorrei proprio non sbagliarmi in quello che ti scrivo, che chi ci sta di fronte, non vuole soltanto la sua ammissione alla classe successiva, ma anche e soprattutto uno sguardo, in grado di fargli cogliere lo stupore e la meraviglia che purtroppo oggi manca nel volto di tanti giovani si da proiettarli sempre più verso scelte consapevoli riguardo alla loro vita attuale e futura.

Non è questo, forse, il motivo per cui, in ogni caso, ogni giorno entriamo in classe?

2 Responses

  1. Sonia ha detto:

    Caro Prof,
    farvi capire, a voi “grandi”, quello che per noi è la scuola è molto complicato.
    Quello che dice è assolutamente giusto, è la scuola che ci insegna le cose basi per la nostra vita futura, ma nell’ambito culturale!
    Io ho sempre pensato che la nostra formazione caratteriale provenga da tutt’altra parte. Certo, anche in una classe ci si può formare una personalità stando sempre a contatto con persone della nostra età, ma è fuori da quelle 4 mura che si impara a vivere!
    E forse Prof è proprio per questo che poi diventa la “solita routine”, dover stare a casa a studiare non ci piace per niente, anche se dobbiamo farlo, vogliamo uscire e goderci quelli che sono gli anni + belli della vita in cui faremo i nostri sbagli, dai quali impareremo tanto e che ci serviranno in un futuro….
    Questo è solo il mio pensiero eh! 😉

    Salve Prof!
    Alla prossima!!!

  2. madoto ha detto:

    Ciao Sonia,
    noi “grandi”, per come scrivi tu, siamo in ogni caso delle persone normali, abbiamo un cuore e sappiamo guardare agli altri. L’unico e solo torto che abbiamo è quello di essere nati qualche anno prima.
    Non ho mai avuto la pretesa di insegnare niente a nessuno, ma solo quella di aiutare a tirar fuori quello che nasce mezzo sopito nell’albore della nostra vita, così per come scrive Gibran parlando dell’insegnamento ne “il profeta”.
    Se c’è una cosa che non ho mai capito e che penso non capirò mai nel lavoro che faccio è quella di capire qual’è il mio ruolo nel processo di crescita di un giovane se poi, per come tu scrivi, prima si deve sbagliare per imparare.
    Mi domando, allora: serve davvero insegnarvi qualcosa o potete fare tutto da voi? Spiegare una lezione, interrogare per verificarne il livello di apprendimento e poi…oserei dire esserci e non esserci sarebbe la stessa cosa, tanto…
    Nessuno vuole togliervi la vostra giovinezza o il gusto di viverla da protagonisti, anzi al contrario.
    La mia preoccupazione era ed è solo quella di aiutarvi a capire, attraverso la disciplina che insegno, che qualche sbaglio può essere evitato, d’altronde prevenire è meglio che curare.
    In ogni caso, domani, entrando in classe la mia attenzione nei vostri confronti sarà sempre la stessa, non fosse altro perchè, voi come me siete alla ricerca di qualcosa che dia significato alla vostra vita come io per la mia.
    Quindi camminiamo insieme per la stessa strada certi che, prima o poi, quanto abbiamo vissuto servirà a qualcosa.